Posts Tagged ‘massimo giannini’
Panorama: Silvio, rimembri il tempo dei libri…
Venerdì, Dicembre 12th, 2008Eventi editoriali: Berlusconi è il re assoluto della saggistica politica: 448 titoli contro i 264 di Walter Veltroni. E c’è una svolta nell’antiberlusconismo.
Al centro del ciclone librario c’è un signore che fa cucù dal 1994, un personaggio che con le sue imprese ha fatto la fortuna di moltissimi scrittori. Silvio Berlusconi, nelle sue molteplici forme reali e immaginarie, è il re della saggistica italiana.
Nei panni del Cavaliere Nero e Bianco, del tycoon dei media e del politico-impolitico, del fenomeno da studiare-denigrare-esaltare, l’uomo venuto da Arcore è il soggetto di una produzione di pagine sterminata e stravenduta.
Basta fare un giro in libreria e dallo scaffale delle novità si capisce l’aria che tira. Due giornalisti della Repubblica fanno un lancio sincrono dei loro volumi: Lo Statista di Massimo Giannini (Baldini Castoldi Dalai) e Il Presidente Bonsai di Sebastiano Messina (Rizzoli). Il primo rintraccia nella storia che si sta facendo un “Ventennio berlusconiano” e, impegnandosi per 280 pagine, giunge alla conclusione che “il partito di plastica” è una metafora che si è biodegradata per insufficienza di prove.
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Giannini: La prima volta di banchieri e consumatori
Giovedì, Dicembre 11th, 2008Martinello alla riunione di Faissola. E i licenziamenti a «La7» finiscono in Parlamento, tra l’ imbarazzo del Pd
Consumatori allo stesso tavolo dei banchieri. E per una volta non come controparte. Nel consueto ritiro eugubino dell’ Abi di Corrado Faissola, la due giorni di approfondimento sulle più importanti questioni dell’ attualità economico-finanziaria con la prima linea degli esperti dell’ associazione, sono comparsi quest’ anno, per la prima volta, gli «esterni». E a sorpresa, tra il padron di casa, Giuseppe Zadra e Donato Masciandaro, è arrivato Paolo Martinello di Altroconsumo. Ci voleva la crisi per avviare il dialogo.
Il Pd solleva il caso dei licenziamenti a «La7» in Parlamento, ma scivola creando un doppio imbarazzo. Giovedì Enrico Letta e Pierluigi Bersani erano al dibattito alla Camera su lavoro e welfare: moderatore il direttore del Tg della tv di Telecom Italia, Antonello Piroso. De «La7» si parlava, in contemporanea, anche nell’ aula di Montecitorio, per l’ interpellanza sul piano di licenziamenti dei 25 giornalisti approvato dallo stesso direttore. Coincidenze, si dirà. Se non fosse che sotto l’ interpellanza c’ era anche la firma di Bersani.
Al «ventennio berlusconiano» Massimo Giannini, ha appena dedicato la sua ultima fatica, Lo statista (Baldini Castaldi Dalai). Titolo ironico. Il vicedirettore di Repubblica in realtà non ha cambiato idea sul Cavaliere, tanto che il Riformista lo ha accusato di aver forzato il parallelo storico con il Ventennio per dargli del fascista. «Moderno totalitarismo», ha risposto Giannini, che all’ interno della corazzata di Largo Fochetti non è il solo ad aver dedicato un volume al premier. In contemporanea Sebastiano Messina ha affidato alle stampe Il presidente bonsai (Rizzoli). L’ inviato speciale del quotidiano di Ezio Mauro firma una bonaria antologia dei (suoi) pezzi satirici su quanto avviene nel paese parallelo di Berlusconia. Dove il numero uno somiglia più ai personaggi di Alberto Sordi che a uno statista. Nessuna scissione però a Repubblica. Ma guerra in libreria sì. In attesa di vedere quale dei due sarà il libro più promosso dai media di casa.
È l’ «ufficiale di collegamento» tra la corporate Italia e la stampa della City. Dagli uffici londinesi di Finsbury, Mark Harris, tiene il filo dei rapporti con Wall Street Journal e Financial Times per conto di Eni, Snam, Telecom, Wind, Terna, Enel e molte altre big di Piazza Affari. Che dall’ anno prossimo dovranno farne a meno. Il manager ha annunciato a sorpresa l’ addio alla comunicazione. Ma non c’ entra la crisi finanziaria. E nemmeno prospettive di lavoro più allettanti. Harris, laureato in Teologia ad Oxford, lascia il business per il seminario.
Corriere Economia - Cinelli Carlo, De Rosa Federico
Giannini: Berlusconi vince “oltre” la tv
Venerdì, Novembre 28th, 2008Caro Direttore,
approfitto della sua ospitalità per rispondere a Marco Travaglio che, due giorni fa, nella sua rubrica, mi ha attribuito una cosa che non ho detto. E cioè che Berlusconi “non vince grazie alle tv.Vince perché l’Italia è di destra”. E ha inquadrato questa mia teoria in quella “in voga in ambienti “terzisti” e “riformisti”, cara ai Pigi Battista e ai Francesco Merlo”. Sull’inquadramento sui “riformisti” non ho nulla da obiettare. Ma ho molto da precisare sull’assunto di partenza.
Nella mia intervista a “Parla con me”, a Serena Dandini ho detto una cosa diversa, e cioè che il Cavaliere non vince più “solo” grazie alle tv. Ho detto (e scritto nel mio libro Lo Statista) che dopo tre elezioni stravinte, un’elezione persa solo per il mancato accordo sulla Lega, e un’elezione sostanzialmente pareggiata nonostante i precedenti 5 anni di pessimo governo, Berlusconi non può più essere semplicemente liquidato come un fenomeno televisivo. Ci piaccia o no (e a me non piace affatto come non piace a Travaglio) il Cavaliere ha messo radici profonde nella società italiana che, non a caso, gli ha tributato un plebiscito difficilmente spiegabile solo in virtù della forza di fuoco del suo impero mediatico. Come ho detto (e scritto) questo è “un” problema, ma non è (o non è più) “il” problema.
Alla base, temo, c’è soprattutto il consenso diffuso che il governo riscuote, e che viene prima o addirittura prescinde da quello che nel libro definisco “il rumore bianco” dell’informazione. A Travaglio, e ai suoi lettori, suggerisco due spunti di riflessione.
Il primo spunto è la Lega. Un partito che in tv non c’è mai andato, eppure cresce elettoralmente da 20 anni. Il secondo spunto lo traggo dal saggio Itanes, curato dai maggiori politologi italiani e appena pubblicato dal Mulino, “Il ritorno di Berlusconi”, che spiega come da un lato “la visione televisiva influenza il voto”, ma dall’altro lato e sempre più spesso “le preferenze politiche colorano di sé le preferenze televisive”. Che poi i partiti si accapiglino sulla Vigilanza Rai, questo ritengo sia solo un riflesso delle miserie della nostra cattiva politica. Resto convinto che il Pd farebbe bene ad uscire da quella Commissione, che è solo una foglia di fico: vantaggiosa per l’immagine falsamente “liberale” del premier e svantaggiosa per l’opposizione.
La buona politica si fa dando battaglia in Parlamento e tornando a presidiare il terrritorio.
Sarebbe ora che la sinistra tornasse a farlo nella società, invece che limitarsi a dirlo nei talk -show.
Massimo Giannini - l’Unità 28/11/2008
Quelli che… hanno bisogno di un duce
Giovedì, Novembre 27th, 2008Se il giornale-partito non capisce la realtà
Giovedì, Novembre 27th, 2008La demonizzazione di Berlusconi ha raggiunto un limite oltre il quale non c’è che l’invito all’Aventino o alla resistenza armata. Questa volta il paragone con Mussolini non consiste più nel comparare il modello al maestro, ma nell’affermare che il modello ha superato il maestro. Il Ventennio berlusconiano è peggio del Ventennio fascista.
L’aveva già detto Asor Rosa, e ora Massimo Giannini ci pubblica un libro, in cui il leader del Popolo della Libertà esprime un fascismo senza dittatura e senza camicie nere, senza confino e senza tribunali speciali. Ma è peggiore. Corrompe l’anima e ottiene il consenso spontaneo invece di quello imposto. La destra attuale non è il «mostro mite» di cui parla Raffaele Simone. Non suscita passioni forti, opera sulle passioni deboli evocate da Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera. Un popolo è invitato a uscire dalla storia e a rimanere nella cronaca, delegando politicamente il peso del vivere a un incantatore che rappresenta se stesso come un cittadino comune e impersona nel suo potere, finanche ostentato, il potere dei singoli, che la caduta delle religioni politiche, quelle della sinistra, ha lasciato senza società. E quindi soli. Ridotti a individui, essi delegano il potere democratico all’uomo che li rappresenta dando loro un’immagine piacevole di sé. Questa è la fine del partito intellettuale, che ha lottato per togliere alla sinistra il piacere di essere sinistra, farla sentire legittimata dal viversi in qualche modo come borghese per essere ammessa al salotto buono della sapienza moderna.
Il libro di Massimo Giannini rivela che, nonostante sia sempre molto diffusa, La Repubblica si sente emarginata. Grida al fascismo e nessuno pensa che dica sul serio. E, soprattutto, non sa più chi sostenere come suo campione nell’arengo politico: il Partito Democratico è uno spezzatino in cui ogni corrente ha la sua televisione e ricorre così al ruolo dell’immagine, all’ostensione del volto. Ricorre cioè proprio agli strumenti con cui il pericolo pubblico numero uno ha costruito il consenso ed è divenuto l’immagine di quel che è ciascuno sul piano politico.
Qui tutto è falso: Berlusconi non è quello che Giannini descrive. Il suo elettorato non è berlusconiano come appare dalla psicanalisi di massa fatta dal vice direttore di Repubblica. Fosse vero che l’Italia ha trovato una soluzione così a buon mercato ed è diventata improvvisamente unanime! È Repubblica ad aver perso il contatto con la realtà. È la realtà che non è diventata l’immagine che il partito intellettuale dà di essa. Eugenio Scalfari e Barbara Spinelli scrivono cose che non ci sono per un popolo che non c’è. Verranno le elezioni abruzzesi, che sono il punto di verità per il Partito Democratico, che non è così a mal partito come Giannini pensa.
Lì si vedrà se Di Pietro ha fatto prigioniera la sinistra con un’operazione reale che ha, essa sì, il volto del fascismo, con la sua congiunzione di tratti dell’estrema destra e dell’estrema sinistra. Se Di Pietro perderà in casa propria, il Pd dovrà capire che la lunga marcia con l’inquisitore principe è finita. E se le cose andassero bene per Di Pietro e per Veltroni, D’Alema e Marini dovrebbero dare battaglia. La Cgil farà il suo sciopero, Veltroni farà le sue elezioni abruzzesi e poi si vedrà se il Partito Democratico intende continuare la lunga marcia verso il nulla oppure comprenderà che l’occasione d’oro per un partito di sinistra è governare la congiuntura in cui lo Stato deve garantire che il libero mercato continui. Una vera sfida riformista, evidentemente in compagnia di Berlusconi e dell’attuale maggioranza. Può essere che allora la sinistra comprenda che La Repubblica e il partito intellettuale l’hanno condotta in una trappola per topi. Non perdiamo la speranza.
di Gianni Baget Bozzo Il Giornale - 26/11/08
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Il Ventennio dello Statista di Arcore
Giovedì, Novembre 27th, 2008Con la legislatura iniziata dopo il 13 aprile scorso, che salvo improbabili intoppi si concluderà nel 2013, Silvio Berlusconi chiuderà la sua felice e anomala parabola: era noto alla cronaca come imprenditore televisivo, tenta di passare alla storia come statista.
da Il Campanile
Giannini, la polemica sul Riformista: Usi perversi del parallelo storico
Mercoledì, Novembre 26th, 2008Il dibattito è antico, e riguarda la natura del sistema berlusconiano. Analoga al fascismo, per gli anti-berlusconiani in servizio permanente effettivo, una fitta schiera di “intransigenti radicali”, che si è conquistata ascolto e consenso nell’elettorato di sinistra.
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Quando la retorica contro il “regime” banalizza Hitler e Mussolini
Mercoledì, Novembre 26th, 2008La risposta di Andrea Romano alla lettera di Massimo Giannini
Confesso di non aver letto l’ultimo libro di Massimo Giannini. Non ho avuto cuore a comprarlo perché ho stima di lui (soprattutto come autore di libri, e Giannini lo sa avendomi avuto come editor del suo bel volume einaudiano su Carlo Azeglio Ciampi). Non ho voluto rischiare di cambiare idea leggendo un libro che porta come sottotitolo “Il ventennio berlusconiano tra fascismo e populismo”, e ho preferito rimanere al Giannini giornalista. Tendo infatti a prendere sul serio le parole. E il fascismo è il fascismo, non è qualcosa che gli somiglia da vicino o da lontano. Ho dunque preso sul serio le parole che Giannini ha usato nell’anticipazione pubblicata dal suo stesso quotidiano il 15 novembre, laddove scrive che «il berlusconismo ha davvero alcuni tratti in comune con il fascismo… come sovrastruttura politica, sociale e culturale incline ad un autoritarismo e un plebiscitarismo che oggi possono spaventare molti di noi ma che incontrano il favore della gente». Parole serie, niente affatto bacate né stupide o disinvolte. Parole serie che per birbante coincidenza arrivano negli stessi giorni in cui Antonio Di Pietro equipara Silvio Berlusconi prima a Jorge Videla e poi ad Adolf Hitler, non distinguendosi né potendo distinguersi da quelle.
Perché il punto è proprio qui, al di là di Massimo Giannini a cui non posso che ribadire la mia amichevole stima. Il punto è nei danni che la «retorica del regime pseudo-fascista berlusconiano» ha inflitto alla qualità della nostra discussione pubblica. Devastandone la capacità di distinguere e giudicare. Lasciandoci in balia di un pastone dove tutto è uguale a tutto. E in quel tutto, il Novecento viene usato come combustibile di una escalation irresponsabile. Prendiamo ancora Di Pietro e la sua più recente uscita su Berlusconi-Hitler, aggravata dal paragone tra i magistrati italiani e il popolo ebraico. Per qualunque persona di buon senso (e sicuramente anche per Giannini) si tratta di un’infamia senza pari. Non certo per l’offesa che rivolge a Berlusconi, ma per la disinvoltura con cui travolge la nostra percezione del nazionalsocialismo e della Shoah.
Eppure su Repubblica di ieri non c’è una riga, non una battuta né un commento nemmeno brevissimo di una delle tante ottime firme di quella testata che denunci quell’infamia e che inchiodi Di Pietro alle sue parole. Non c’è una parola perché la retorica del regime pseudo-fascista non consente distinzioni. E una volta infranta la cortina dell’allarme fascismo non resta che avanzare, inevitabilmente, fino al sacrario dell’hitlerismo. Sono convinto che quello di Di Pietro non sia il pensiero né di Repubblica né di Massimo Giannini. Ma il mondo progressista e antiberlusconiano che, come ha fatto Giannini, ricorre a quella retorica si priva della possibilità di distinguersi dal dipietrismo, molto più efficace nel confezionare immagini contundenti con quel materiale simbolico, lasciando la sola destra berlusconiana a denunciare l’infame accostamento tra la democrazia repubblicana e il nazionalsocialismo.
Perché la nostra resta una democrazia, caro Giannini. Una democrazia che nell’ultimo quindicennio ha conosciuto un’alternanza perfetta tra il centrodestra berlusconiano e il centrosinistra. Con lunghi periodi di governo dell’uno e dell’altro, con risultati politici efficaci o meno efficaci, con alcuni leader che hanno scalzato Berlusconi dal potere e altri che non ci sono riusciti. Non è un sofisma accademico ricordare invece cos’è stato qualsiasi fascismo (e quello italiano di sicuro) nel corso del Novecento. Non solo la triade Dio-Patria-Famiglia recentemente rinnovata da Mara Carfagna o da Giulio Tremonti, non solo il turpiloquio politico di Berlusconi né la sua insofferenza per le istituzioni di garanzia. Il fascismo è stato violenza, censura, guerra e repressione applicate in misura abbondante e sistemica a buona parte d’Europa.
Una sola cosa mi è poco chiara nella replica di Giannini. Là dove mi chiede perché non scrivo mai sulle nefandezze di Berlusconi. Non mi è chiara innanzitutto perché non è vera, avendone scritto anche su questo giornale nei due mesi della mia collaborazione e regolarmente nei miei commenti per la Stampa. Ma soprattutto mi ricorda la critica che recentemente è venuta da Eugenio Scalfari (sull’Espresso del 13 novembre) all’indirizzo di quei «giornalisti con il bollino blu» che indeboliscono la propria indipendenza di giudizio proclamandosi di sinistra ma esercitandosi soprattutto nella critica della sinistra. Non so se è questo il senso della domanda di Giannini. Se così fosse sarei in ottima compagnia, nonostante la scomunica di Scalfari (che pure ha portato per anni quel «bollino blu» bene in alto sulla manica). È da quando esiste una sinistra moderna che esistono giornalisti di sinistra che si esercitano nella sua critica. È questione di passione per il proprio mondo, simbolico o politico o culturale che sia. E anche di esercizio di quella facoltà di critica che rappresenta (ma devo davvero ricordarlo a Massimo Giannini?) la sostanza della libera stampa, per chi legge e per chi scrive. Naturalmente fintanto che un qualche fascismo non arrivi a toglierla di mezzo.
Andrea Romano
Il riformista 25/11/08
Massimo Giannini: Berlusconi non è il fascismo, però…
Mercoledì, Novembre 26th, 2008Caro direttore, nel suo articolo sul Riformista di martedì 18 novembre Andrea Romano mi fa l’onore di inserirmi a bella posta in uno dei «due rami ugualmente sterili» attraverso i quali si sarebbe sdoppiato quello che lui chiama «l’antiberlusconismo radicale» nato all’incirca nel 1995. Tredici anni dopo, io sarei uno dei frutti (se capisco bene tra i più bacati) di cotanta semina. Sarei parte di quella «ridondanza a giorni alterni dell’allarme regime». E farei coppia con Antonio Di Pietro. Colpevole lui di aver raffigurato in Parlamento Berlusconi come il generale Videla. Colpevole io di aver scritto del berlusconismo «né più né meno come di un regime con tratti in comune con il fascismo». «Con buona pace - aggiunge Romano - sia del rispetto dovuto alle vere vittime dei veri fascismi, italiano e argentino, sia della buona salute dei nostri sensori civili devastati con tanta leggerezza».
No, caro direttore. Non ci sto. Per amor di verità, Koba avrebbe dovuto leggere (o almeno leggere meglio) il libro che ho appena dedicato al Cavaliere (”Lo Statista”). Se l’avesse fatto, avrebbe potuto raccontare ai tuoi lettori che il raffronto tra berlusconismo e fascismo si iscrive in una riflessione molto più ampia sulla natura “tecnica” dei totalitarismi moderni. Avrebbe potuto scoprire che il mio tentativo è opposto a quello in voga presso l’antiberlusconismo radicale, che tende ad esaurire il fenomeno o come semplice forma di telepopulismo mediatico, o come barbaro esempio di golpismo costituzionale.
Proprio per evitare queste semplificazioni, (che spesso la cultura terzista sfrutta abilmente per incasellare a suo comodo tutti coloro che hanno il torto di criticare il Cavaliere) nel libro non ho fatto un solo cenno alle vicende giudiziarie di Berlusconi. Viceversa, ho fatto molti cenni sulla piena legittimità democratica del suo governo, sulla compattezza del blocco sociale che ha ricostruito e che è largamente maggioritario nel Paese, sull’oggettiva capacità di generare consenso di molte campagne messe in atto in questi mesi dai suoi ministri. Ho cercato di spiegare perché, a mio parere, il Cavaliere è ormai un vero statista: tra i peggiori, ma pur sempre uno statista che ha saputo capire e conquistare l’Italia.
Ho cercato di spiegare perché, a mio avviso, la sua parabola politica si inserisca in un filone di continuità simbolica con il fascismo. C’è qualche affinità di contesto politico (la crisi dello Stato liberale e il crollo del sistema dei partiti), qualche affinità di carattere personale (il mito del capo infaticabile, il carisma populista e situazionale), qualche affinità sui valori di fondo (dio-patria-famiglia), qualche affinità sulla produzione e la gestione del consenso (attraverso la “vigila cura” sui media). E poi, certo, una analoga visione autocratica del potere, coniugata al tentativo di riprodurre una “rivoluzione conservatrice” che l’opinione pubblica mostra di gradire. Il tragico errore dell’opposizione (nel libro dico anche questo) è di non provare a chiedersi perché, ma di continuare a pensare, in nome del vecchio mito della “diversità” berlingueriana, che quello italiano sia un popolo indegno di questa nobile sinistra.
Ho cercato anche di chiarire perché, secondo me, l’Italia di oggi attraversa un ciclo di democrazia a bassa qualità. Quando lo “stato di diritto” diventa “stato di governo”, e il potere tende ad esercitare la sua sovranità in modo tendenzialmente assoluto, con poco rispetto per le istituzioni di garanzia e con molta intolleranza per tutte le manifestazioni di dissenso, la democrazia non viene meno. Ma può assumere connotati illiberali, sui quali forse non è inutile riflettere. Possibilmente senza ricadere nei soliti (quelli sì, davvero corrivi) stereotipi dominanti: il berlusconismo militante e l’antiberlusconismo combattente. Non ho bisogno della lezione di Romano, per riconoscere la differenza con le tragedie dei veri fascismi, e per portare il rispetto che meritano alle vittime delle dittature del tragico Novecento. Lo scrivo testualmente, nel libro. E mi dispiace che una persona intelligente come Romano mi ricicli in quello che nel libro chiamo «il rumore bianco» dell’informazione, come fossi uno dei tanti “imbecilli” (e in effetti non ne mancano) che abbaiano come cani alla luna “regime, regime!”. Non era e non è questa la mia intenzione.
Ma un’ultima cosa, al Terribile Koba, la voglio chiedere. Apprezzo la chirurgica precisione del suo bisturi culturale, che seziona i tessuti già martoriati dello sciagurato centrosinistra italiano. Ma perché non prova a dirci lui (con lo stesso rigore analitico e politico) cosa pensa del berlusconismo di questi anni? Perché non scattano mai i suoi «sensori civili», quando il Cavaliere definisce “coglioni” gli italiani che votano a sinistra, o “imbecilli” quelli che lo criticano perché dà dell’abbronzato a Obama? Perché non si indigna, in nome di quelle povere vittime delle vere dittature, quando non riesce mai a dirsi anti-fascista, e dribbla il tema con un agghiacciante “io penso solo a lavorare”? Perché non prova un moto d’imbarazzo, quando dice che il Parlamento è un posto per nullafacenti e la Corte costituzionale è un covo di comunisti, quando impone alle Camere il Lodo Alfano, quando accusa i tg di creare ansia nei telespettatori, o quando sceglie lui (espropriando di questo diritto l’opposizione) il presidente della Vigilanza Rai? Tutto questo, con il vero fascismo mussoliniano, non c’entra. Sono il primo a saperlo, e a scriverlo. Ma Koba è così sicuro che tutto questo c’entri con la vera democrazia liberale?
Massimo Giannini
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Il riformista - 25/11/2008
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