Quando la retorica contro il “regime” banalizza Hitler e Mussolini

Novembre 26th, 2008

La risposta di Andrea Romano alla lettera di Massimo Giannini

Confesso di non aver letto l’ultimo libro di Massimo Giannini. Non ho avuto cuore a comprarlo perché ho stima di lui (soprattutto come autore di libri, e Giannini lo sa avendomi avuto come editor del suo bel volume einaudiano su Carlo Azeglio Ciampi). Non ho voluto rischiare di cambiare idea leggendo un libro che porta come sottotitolo “Il ventennio berlusconiano tra fascismo e populismo”, e ho preferito rimanere al Giannini giornalista. Tendo infatti a prendere sul serio le parole. E il fascismo è il fascismo, non è qualcosa che gli somiglia da vicino o da lontano. Ho dunque preso sul serio le parole che Giannini ha usato nell’anticipazione pubblicata dal suo stesso quotidiano il 15 novembre, laddove scrive che «il berlusconismo ha davvero alcuni tratti in comune con il fascismo… come sovrastruttura politica, sociale e culturale incline ad un autoritarismo e un plebiscitarismo che oggi possono spaventare molti di noi ma che incontrano il favore della gente». Parole serie, niente affatto bacate né stupide o disinvolte. Parole serie che per birbante coincidenza arrivano negli stessi giorni in cui Antonio Di Pietro equipara Silvio Berlusconi prima a Jorge Videla e poi ad Adolf Hitler, non distinguendosi né potendo distinguersi da quelle.

Perché il punto è proprio qui, al di là di Massimo Giannini a cui non posso che ribadire la mia amichevole stima. Il punto è nei danni che la «retorica del regime pseudo-fascista berlusconiano» ha inflitto alla qualità della nostra discussione pubblica. Devastandone la capacità di distinguere e giudicare. Lasciandoci in balia di un pastone dove tutto è uguale a tutto. E in quel tutto, il Novecento viene usato come combustibile di una escalation irresponsabile. Prendiamo ancora Di Pietro e la sua più recente uscita su Berlusconi-Hitler, aggravata dal paragone tra i magistrati italiani e il popolo ebraico. Per qualunque persona di buon senso (e sicuramente anche per Giannini) si tratta di un’infamia senza pari. Non certo per l’offesa che rivolge a Berlusconi, ma per la disinvoltura con cui travolge la nostra percezione del nazionalsocialismo e della Shoah.

Eppure su Repubblica di ieri non c’è una riga, non una battuta né un commento nemmeno brevissimo di una delle tante ottime firme di quella testata che denunci quell’infamia e che inchiodi Di Pietro alle sue parole. Non c’è una parola perché la retorica del regime pseudo-fascista non consente distinzioni. E una volta infranta la cortina dell’allarme fascismo non resta che avanzare, inevitabilmente, fino al sacrario dell’hitlerismo. Sono convinto che quello di Di Pietro non sia il pensiero né di Repubblica né di Massimo Giannini. Ma il mondo progressista e antiberlusconiano che, come ha fatto Giannini, ricorre a quella retorica si priva della possibilità di distinguersi dal dipietrismo, molto più efficace nel confezionare immagini contundenti con quel materiale simbolico, lasciando la sola destra berlusconiana a denunciare l’infame accostamento tra la democrazia repubblicana e il nazionalsocialismo.

Perché la nostra resta una democrazia, caro Giannini. Una democrazia che nell’ultimo quindicennio ha conosciuto un’alternanza perfetta tra il centrodestra berlusconiano e il centrosinistra. Con lunghi periodi di governo dell’uno e dell’altro, con risultati politici efficaci o meno efficaci, con alcuni leader che hanno scalzato Berlusconi dal potere e altri che non ci sono riusciti. Non è un sofisma accademico ricordare invece cos’è stato qualsiasi fascismo (e quello italiano di sicuro) nel corso del Novecento. Non solo la triade Dio-Patria-Famiglia recentemente rinnovata da Mara Carfagna o da Giulio Tremonti, non solo il turpiloquio politico di Berlusconi né la sua insofferenza per le istituzioni di garanzia. Il fascismo è stato violenza, censura, guerra e repressione applicate in misura abbondante e sistemica a buona parte d’Europa.

Una sola cosa mi è poco chiara nella replica di Giannini. Là dove mi chiede perché non scrivo mai sulle nefandezze di Berlusconi. Non mi è chiara innanzitutto perché non è vera, avendone scritto anche su questo giornale nei due mesi della mia collaborazione e regolarmente nei miei commenti per la Stampa. Ma soprattutto mi ricorda la critica che recentemente è venuta da Eugenio Scalfari (sull’Espresso del 13 novembre) all’indirizzo di quei «giornalisti con il bollino blu» che indeboliscono la propria indipendenza di giudizio proclamandosi di sinistra ma esercitandosi soprattutto nella critica della sinistra. Non so se è questo il senso della domanda di Giannini. Se così fosse sarei in ottima compagnia, nonostante la scomunica di Scalfari (che pure ha portato per anni quel «bollino blu» bene in alto sulla manica). È da quando esiste una sinistra moderna che esistono giornalisti di sinistra che si esercitano nella sua critica. È questione di passione per il proprio mondo, simbolico o politico o culturale che sia. E anche di esercizio di quella facoltà di critica che rappresenta (ma devo davvero ricordarlo a Massimo Giannini?) la sostanza della libera stampa, per chi legge e per chi scrive. Naturalmente fintanto che un qualche fascismo non arrivi a toglierla di mezzo.

Andrea Romano
Il riformista 25/11/08

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Massimo Giannini: Berlusconi non è il fascismo, però…

Novembre 26th, 2008

Caro direttore, nel suo articolo sul Riformista di martedì 18 novembre Andrea Romano mi fa l’onore di inserirmi a bella posta in uno dei «due rami ugualmente sterili» attraverso i quali si sarebbe sdoppiato quello che lui chiama «l’antiberlusconismo radicale» nato all’incirca nel 1995. Tredici anni dopo, io sarei uno dei frutti (se capisco bene tra i più bacati) di cotanta semina. Sarei parte di quella «ridondanza a giorni alterni dell’allarme regime». E farei coppia con Antonio Di Pietro. Colpevole lui di aver raffigurato in Parlamento Berlusconi come il generale Videla. Colpevole io di aver scritto del berlusconismo «né più né meno come di un regime con tratti in comune con il fascismo». «Con buona pace - aggiunge Romano - sia del rispetto dovuto alle vere vittime dei veri fascismi, italiano e argentino, sia della buona salute dei nostri sensori civili devastati con tanta leggerezza».

No, caro direttore. Non ci sto. Per amor di verità, Koba avrebbe dovuto leggere (o almeno leggere meglio) il libro che ho appena dedicato al Cavaliere (”Lo Statista”). Se l’avesse fatto, avrebbe potuto raccontare ai tuoi lettori che il raffronto tra berlusconismo e fascismo si iscrive in una riflessione molto più ampia sulla natura “tecnica” dei totalitarismi moderni. Avrebbe potuto scoprire che il mio tentativo è opposto a quello in voga presso l’antiberlusconismo radicale, che tende ad esaurire il fenomeno o come semplice forma di telepopulismo mediatico, o come barbaro esempio di golpismo costituzionale.
Proprio per evitare queste semplificazioni, (che spesso la cultura terzista sfrutta abilmente per incasellare a suo comodo tutti coloro che hanno il torto di criticare il Cavaliere) nel libro non ho fatto un solo cenno alle vicende giudiziarie di Berlusconi. Viceversa, ho fatto molti cenni sulla piena legittimità democratica del suo governo, sulla compattezza del blocco sociale che ha ricostruito e che è largamente maggioritario nel Paese, sull’oggettiva capacità di generare consenso di molte campagne messe in atto in questi mesi dai suoi ministri. Ho cercato di spiegare perché, a mio parere, il Cavaliere è ormai un vero statista: tra i peggiori, ma pur sempre uno statista che ha saputo capire e conquistare l’Italia.

Ho cercato di spiegare perché, a mio avviso, la sua parabola politica si inserisca in un filone di continuità simbolica con il fascismo. C’è qualche affinità di contesto politico (la crisi dello Stato liberale e il crollo del sistema dei partiti), qualche affinità di carattere personale (il mito del capo infaticabile, il carisma populista e situazionale), qualche affinità sui valori di fondo (dio-patria-famiglia), qualche affinità sulla produzione e la gestione del consenso (attraverso la “vigila cura” sui media). E poi, certo, una analoga visione autocratica del potere, coniugata al tentativo di riprodurre una “rivoluzione conservatrice” che l’opinione pubblica mostra di gradire. Il tragico errore dell’opposizione (nel libro dico anche questo) è di non provare a chiedersi perché, ma di continuare a pensare, in nome del vecchio mito della “diversità” berlingueriana, che quello italiano sia un popolo indegno di questa nobile sinistra.

Ho cercato anche di chiarire perché, secondo me, l’Italia di oggi attraversa un ciclo di democrazia a bassa qualità. Quando lo “stato di diritto” diventa “stato di governo”, e il potere tende ad esercitare la sua sovranità in modo tendenzialmente assoluto, con poco rispetto per le istituzioni di garanzia e con molta intolleranza per tutte le manifestazioni di dissenso, la democrazia non viene meno. Ma può assumere connotati illiberali, sui quali forse non è inutile riflettere. Possibilmente senza ricadere nei soliti (quelli sì, davvero corrivi) stereotipi dominanti: il berlusconismo militante e l’antiberlusconismo combattente. Non ho bisogno della lezione di Romano, per riconoscere la differenza con le tragedie dei veri fascismi, e per portare il rispetto che meritano alle vittime delle dittature del tragico Novecento. Lo scrivo testualmente, nel libro. E mi dispiace che una persona intelligente come Romano mi ricicli in quello che nel libro chiamo «il rumore bianco» dell’informazione, come fossi uno dei tanti “imbecilli” (e in effetti non ne mancano) che abbaiano come cani alla luna “regime, regime!”. Non era e non è questa la mia intenzione.

Ma un’ultima cosa, al Terribile Koba, la voglio chiedere. Apprezzo la chirurgica precisione del suo bisturi culturale, che seziona i tessuti già martoriati dello sciagurato centrosinistra italiano. Ma perché non prova a dirci lui (con lo stesso rigore analitico e politico) cosa pensa del berlusconismo di questi anni? Perché non scattano mai i suoi «sensori civili», quando il Cavaliere definisce “coglioni” gli italiani che votano a sinistra, o “imbecilli” quelli che lo criticano perché dà dell’abbronzato a Obama? Perché non si indigna, in nome di quelle povere vittime delle vere dittature, quando non riesce mai a dirsi anti-fascista, e dribbla il tema con un agghiacciante “io penso solo a lavorare”? Perché non prova un moto d’imbarazzo, quando dice che il Parlamento è un posto per nullafacenti e la Corte costituzionale è un covo di comunisti, quando impone alle Camere il Lodo Alfano, quando accusa i tg di creare ansia nei telespettatori, o quando sceglie lui (espropriando di questo diritto l’opposizione) il presidente della Vigilanza Rai? Tutto questo, con il vero fascismo mussoliniano, non c’entra. Sono il primo a saperlo, e a scriverlo. Ma Koba è così sicuro che tutto questo c’entri con la vera democrazia liberale?

Massimo Giannini
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Il riformista -  25/11/2008

Travaglio su Giannini: La tv non conta. Infatti…

Novembre 26th, 2008

L’altra sera, presentando a Parla con me il suo libro su Berlusconi, il vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini spiegava che il Cavaliere non vince grazie alle tv. Vince perché l’Italia è di destra.
E’ una teoria molto in voga negli ambienti “terzisti” e “riformisti”, cara ai Pigi Battista e ai Francesco Merlo. Sarebbe interessante conoscere il loro illuminato parere sul punto in questi giorni, mentre la politica è paralizzata da un paio settimane dalla corsa a una poltrona inutile, quella del Presidente della Vigilanza Rai (carica che spetta all’opposizione, dunque a un uomo sempre in minoranza); e mentre non passa giorno senza che Al Tappone se la prenda con “le televisioni” (che peraltro controlla per i cinque sesti) , colpevoli di “parlare sempre di crisi”, “diffondere ansia e allarmismo”, “prendermi per il culo”, visto che “i conduttori si mettono d’accordo per insultarmi e attaccarmi”. Chi pensa che la tv sia decisiva per orientare i consensi (almeno la quota che, in un paese spaccato a metà, fa pendere la bilancia da una parte o dall’altra), per dire la verità o raccontare frottole, per raccontare o sbugiardare le balle del potere, trova in quel ceh sta accadendo intorno alla Rai, in vista dell’ennesima lottizazzione, uan decisiva conferma alle proprie convinzioni.
I Giannini, i Merlo e i Battista potrebbero spiegarci come mai, se davvero la tv non sposta voti e non influenza le elezioni, tutti i partiti parlano solo di Vigilanza e di tv, e seguitano a bivaccarvi in pianta stabile dalle previsioni del tempo al segnale orario. Dev’essere perché la tv non conta, ma i politici non lo sanno.

Marco Travaglio - L’Unità 25-11-08

Sinistra allo specchio: Ritratti di famiglia

Novembre 23rd, 2008

…) Paradossalmente, l’unico che sfugge a questo vizio di origine è il titolo che - sulla carta - dovrebbe essere il più antiberlusconiano di tutti. In Lo Statista, il Vice direttore di Repubblica prende Berlusconi sul serio, senza ridurlo né al rappresentante di una congiura plutocratica globale (come fa Simone), né alla solita macchietta tratteggiata da Berselli. Per Giannini -  che riprende la lezione di Renzo De Felice - le radici del berlusconismo affondano nella storia politica italiana. Ma, con le ultime lezioni, il berlusconismo movimento si è fatto Stato, coagulando un blocco sociale vasto e compatto.

L’analisi è dichiaratamente di parte e non sempre condivisibile, ma risulta stimolante perché, anziché tirare in ballo ipotetiche mutazione genetiche irreversibili, Giannini resta sul terreno della politica. Per l’autore di Lo Statista, Berlusconi è un avversario, ma rimane pur sempre un fenomeno politico, che sul terreno politico vince e su quel terreno può eventualmente essere sconfitto.

di Giuliano da Empoli - Sole 24 Ore del 23/11/08

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Massimo Giannini a Parla con me

Novembre 21st, 2008

Veneziani: Sì ma siete voi che lo dipingete come fuorilegge

Novembre 20th, 2008

Caro Giannini, la tesi di fondo del tuo libro enfatizzata dal tuo giornale è Berlusconi totalitario; ed è una tesi, scusami, che mi pare totalmente infondata e mi sorprende che a sostenerla sia una persona equilibrata e intelligente come te. Non mi sogno certo di negare la fondatezza di alcuni tuoi rilievi critici a Berlusconi; e credo che Libero e se permetti anche chi scrive, non abbia mai rinunciato a criticarlo. Ma scomodare una categoria tragica come totalitario o stabilire apparentamenti reali con il fascismo, continua a sembrarmi un paragone fuori posto e fuori tempo. Neanche “tecnicamente” si può parlare di totalitarismo; non ci sono le condizioni strutturali e tecniche, oltre che ideologiche, climatiche e politiche (…)

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Massimo Giannini: Caro Veneziani, criticare Silvio non è un reato

Novembre 20th, 2008

Caro Direttore,

approfitto della Tua gentilezza per ringraziare Marcello Veneziani, che ha dedicato una pagina di “Libero”a me, al mio libro appena uscito e a quelli che da sinistra hanno creato “l’incubo Berlusca”. Mi permetto tuttavia di fare qualche riflessione ulteriore, e di sottoporla all’attenzione di Veneziani e dei tuoi lettori. Chi avesse la voglia e la pazienza di andare fino in fondo nella lettura del mio libro (intitolato “Lo Statista“, che è ironico ma neanche poi tanto) scoprirebbe che io non sono certo tra coloro che considerano l’esistenza di Berlusconi “di per sé un reato”, come mi attribuisce Veneziani. Non sono neanche tra coloro che bollano il Cavaliere come “un dittatore”, e che accostano biecamente e meccanicamente il suo “regime” a quello fascista. Il mio riferimento al Duce è essenzialmente una provocazione di tipo culturale. In più di un capitolo del libro, chiarisco in ogni modo possibile che nell’Italia di oggi non sono minacciate le libertà fondamentali, non sono conculcate le libertà di stampa, di espressione, di associazione politica. So bene le differenze sostanziali che esistono tra quel Ventennio e questo, e ho il rispetto più profondo per chi ha vissuto la repressione, l’umiliazione e la violenza del primo. Read the rest of this entry »

Dibattito su Linus

Novembre 18th, 2008
In risposta al libro di Massimo Giannini, Lo statista Marcello Veneziani lancia la polemica su Libero :

Il “tiranno Silvio” l’ha creato la sinistra
Urlano al Cavaliere dittatore. Ma fanno finta di ignorare che, senza di loro, Forza Italia non ci sarebbe mai stata.

E tu cosa ne pensi? Sei colpevole di aver inventato Berlusconi anche tu?
Leggi l’articolo e dì la tua (ma senza inventare).
http://linus.net/2008/11/dibattito/

Da Libero: Il tiranno Silvio l’ha creato la sinistra

Novembre 18th, 2008

Signori di sinistra l’incubo Berlusca l’avete creato voi
di Marcello Veneziani

Signori e signorini progressisti che vi alzate ogni mattina denunciando l’esistenza di Berlusconi, che di per sé è un reato; e vi coricate ogni sera denunciando l’insistenza di Berlusconi a voler vivere ad ogni costo, che lo rende scandalosamente recidivo, (…) (…) state a sentire: Berlusconi l’avete inventato voi. È figlio vostro per le ragioni che ora vi esporrò. Lo dico mentre esce l’ennesimo libro contro di lui dell’ottimo Massimo Giannini, “Lo Statista. Il Ventennio berlusconiano tra fascismo e populismo” (Baldini & Castoldi Dalai). Un libro esagerato già nel titolo perché parla di un ventennio che non c’è; mai vista una critica preventiva su un ventennio che non è ancora terminato. È un libro prevenuto anche in senso cronologico. Ma è esagerato soprattutto nel riprendere il più becero repertorio di demonizzazione, pur nobilitato in forma di analisi dal notista politico de la Repubblica: Berlusconi fascista, populista, perfino totalitario.

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Il Ventennio del Cavaliere su Repubblica

Novembre 18th, 2008

Esce il nuovo saggio di Massimo Giannini “Lo Statista”, analisi del fenomeno Berlusconi

Anticipiamo parte dell’introduzione del libro di “Lo Statista. Il Ventennio berlusconiano tra fascismo e populismo” (Baldini Castoldi Dalai, pagg. 280, euro 17) in questi giorni in libreria

“I codardi della radio e i teppisti miliardari dell’editoria controllata dalla Casa Bianca della banda di Lindbergh dicono che Winchell è stato licenziato per aver gridato “al fuoco!” in un teatro affollato. Signor New York City e signora, la parola non era “fuoco”. Era “fascismo” che Winchell ha gridato. E lo è ancora. Fascismo! Fascismo! E io continuerò a gridare “fascismo” a ogni folla di americani che riuscirò a trovare finché il partito del tradimento filo-hitleriano di Herr Lindbergh non sarà espulso dal Congresso il giorno delle elezioni”.

Non so dire bene il perché. Ma quando ho cominciato a pensare a un libro su Silvio Berlusconi le prime immagini che mi sono venute in mente sono state quelle descritte da Philip Roth nel suo Complotto contro l’America, il racconto fanta-politico su Sir Charles Lindbergh che vince le elezioni del 1940 al posto di Roosevelt facendo precipitare gli Stati Uniti e il mondo intero nell’incubo. Grande aviatore e trasvolatore di oceani, ovunque atterri con il suo mitologico Spirit of St. Louis trova ad aspettarlo i reporter dei giornali e migliaia di cittadini radunati per vedere e acclamare il loro giovane presidente, con la sua famosa giacca a vento e il caschetto di pelle da aviatore.

Il romanzo di Roth è un affresco superbo sul declino di una nazione assuefatta. Sulla sua progressiva caduta di attenzione sociale e di tensione morale. Questione di luoghi, questione di simboli. Il Palazzo romano al posto di Washington. L’Italia profonda al posto dell’America. Il predellino di una Mercedes al posto della cabina di un monoplano. Il doppiopetto al posto della giacca a vento. O la bandana al posto del caschetto. Non so perché. Ma per quanto ardita e fantasiosa, la comparazione mi ha convinto. Ho cominciato a scrivere. Stimolato anche dalle amare riflessioni di un Grande Vecchio della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi: “Gli italiani sono presi da una strana cupidigia di servitù. E più Berlusconi straccia il tessuto istituzionale, più loro chiedono di essere servi”. Non è una bella immagine. Ma purtroppo è drammaticamente vera.

La prima tesi di questo libro è che il Cavaliere è ormai uno Statista. Tra i peggiori della storia patria. Ma un vero Statista, che ha saldamente in mano il destino della nazione… Tra cinquant’anni, quando saranno finalmente spurgati gli ultimi liquami ideologici dell’estenuante Novecento italiano, gli storici si affacceranno sull’abisso della Prima Repubblica e dovranno riconoscere che tutto quello che è venuto dopo (si tratti di Seconda, di Terza o di Nessuna Repubblica) si chiama Berlusconi. Quello che abbiamo vissuto e stiamo vivendo dal 1994, con qualche marginale intermezzo, è a tutti gli effetti il Ventennio berlusconiano.

Non c’è vizio privato o virtù pubblica, carattere culturale o ethos popolare, che l’uomo di Arcore non abbia saputo al tempo stesso anticipare o amplificare, in un vorticoso e a tratti misterioso gioco di specchi in cui alla fine era ed è sempre più difficile distinguere chi riflette che cosa. Con il terzo trionfo elettorale del 2008, Berlusconi si è ripreso definitivamente l’Italia… e come il fascismo per Piero Gobetti, anche il berlusconismo ha finito per trasformarsi davvero in un’altra “biografia della nazione”…

Lo dice lui stesso, alla costituente del Pdl: “Il nostro non è soltanto un nuovo partito, è la nuova Italia. E’ una grande forza politica che riunisce tutti gli italiani che non si riconoscono nella sinistra e che ci hanno fatto conoscere la loro volontà alle ultime elezioni”. Nulla da eccepire: quando ha ragione, ha ragione…
La seconda tesi di questo libro è che quella italiana è ormai una democrazia in profonda trasformazione. Lo Statista sta trascinando l’Italia su un terreno che definirei “post-democratico”, secondo la formula coniata da Colin Crouch… Non è una dittatura in senso classico, ma sicuramente una democrazia “nella sua parabola discendente”.

Ma discendente verso cosa? Il punto di caduta di questa deriva italiana è una forma moderna di “totalitarismo” post-ideologico, inteso in senso tecnico e filosofico. L’Italia è troppo disincantata per incappare in un vero “regime” in cui siano conculcate le libertà fondamentali… La posta in gioco è un’altra. E’ una nuova, subdola ma comunque pericolosa forma di egemonia politico-culturale. E’ lo svuotamento e il depotenziamento dei “luoghi” nei quali si sviluppano una riflessione oppositiva e una visione positiva sull’Italia che c’è e su quella che ci vorrebbe.

E’ l’assenza di poteri autonomi che bilanciano lo strapotere dell’esecutivo, dalle istituzioni all’establishment economico-finanziario, ridotto a un puro ruolo di vassallaggio, ricattato e ricattabile attraverso il meccanismo incestuoso delle concessioni governative e il circuito perverso del finanziamento bancario.

E’ lo sgretolamento dei contenuti della politica, lo smantellamento sistematico della verità dei fatti, il disfacimento scientifico del linguaggio, che trasforma l’informazione in “rumore bianco”, ininfluente e inascoltabile, e omogeneizza tutto, il consenso e il dissenso, nel frullatore dell’assenso… Fareed Zakaria, nel suo Democrazia senza libertà teorizza l’esistenza delle “democrazie illiberali”, che combinano elezioni e autoritarismo. “Spesso, i governi democratici rivendicano una sovranità, ovvero un potere assoluto, e questo determina un eccessivo accentramento dell’autorità, non di rado mediante mezzi extracostituzionali e con esiti non sempre apprezzabili.

Ne deriva una forma di governo non troppo diversa da una dittatura, nonostante la maggiore legittimità”. Non so perché. Ma ancora una volta questi ragionamenti mi fanno pensare alle cose che succedono dalle nostre parti.

La terza tesi di questo libro è che lo Statista va ormai preso sul serio. Nel suo “ramo” è davvero il “professionista” migliore su piazza, e non può più essere trattato come un fenomeno da baraccone. E il suo governo di destra dura e pura riflette inevitabilmente la “vocazione totalitaria” di chi lo guida, ma sta dicendo e facendo cose che piacciono agli italiani… Dice Giulio Tremonti, ideologo della maggioranza: “L’Italia è un Paese sostanzialmente di centrodestra. C’è stata una maggioranza di centrodestra, c’è e ci sarà. Il problema è dare una rappresentanza a questa massa maggioritaria di voti”.

Sono convinto, a malincuore, che il superministro dell’Economia abbia ragione… Il conflitto di interessi è e resta senz’altro “un” problema. Ma non è più “il” problema. Quello che Umberto Eco aveva definito a suo tempo “cesarismo elettronico”, come cifra del nuovo potere berlusconiano, è oggi solo il corollario di un epifenomeno politico e sociale molto più radicato e complesso… Ormai non è più vero quello che scrisse una volta Furio Colombo, e cioè che siamo al cospetto di “un leader elettronico che non ha un popolo, ma un pubblico di spettatori”.

La novità di questa terza reincarnazione berlusconiana è che il leader non è più solo “elettronico”, ma si è fatto compiutamente “politico”. E soprattutto non ha più solo “un pubblico”, ma ormai si è costruito anche “un popolo”…

La quarta tesi di questo libro è che il berlusconismo ha davvero alcuni tratti in comune con il fascismo. La contiguità, e la continuità, non è ovviamente con un regime inteso come struttura violenta e repressiva. Ma come sovrastruttura politica, sociale e culturale incline ad un autoritarismo e un plebiscitarismo che oggi possono spaventare molti di noi, ma che incontrano il favore della gente. Niente succede per caso. Ci sarà un motivo se fino ad oggi, nonostante un’episodica eccezione nell’ultimo 25 aprile, lo Statista non è mai riuscito a dichiararsi apertamente e serenamente “antifascista”.

Ci sarà un motivo se oggi ci sono sindaci che rivalutano il Ventennio e ministri che celebrano Salò. Ci sarà un motivo se un gruppo di giovani squadristi neofascisti fa irruzione negli studi Rai di via Teulada per una “spedizione punitiva” contro un programma televisivo. E ancora, ci sarà un motivo se oggi, 27 anni dopo la scoperta della famosa lista nella villa di Castiglion Fibocchi, rispunta fuori Licio Gelli, addirittura in un suo spettacolo in tv: “Sono nato sotto il fascismo, sono fascista e morirò fascista… L’unico che può portare avanti il Piano di rinascita democratica è Berlusconi”.

Nessuno, e io meno che mai, pensa per questo che il premier non rappresenti il governo legittimo del Paese, democraticamente eletto dagli italiani… Ma la consapevolezza di quella legittimità formale non deve impedire di constatare, e soprattutto di contestare, l’inammissibilità sostanziale di molte enunciazioni e di molte decisioni. Per lo più illiberali, a volte persino incostituzionali… Paragonare il Ventennio del Cavaliere al Ventennio del Duce non è un reato.

Tanto più che adesso è lo stesso Statista ad autorizzare il confronto, scherzando con i cronisti: “Con altri cinque anni arrivo a 19 anni di attività politica. Quanti ne mancano, per arrivare a quello lì?” Eppure, ancora una volta, c’è poco da scherzare. Leggo da Democrazia e dittatura, scritto nel giugno 1934 da Gaetano Salvemini: “Il leader di una democrazia dice ai suoi avversari: “Credo di avere ragione, ma potrei aver torto; fatemi provare a vedere quali sono i risultati pratici delle mie azioni. Se saranno negativi, allora avrete la vostra occasione”. Il dittatore dice: “Ho ragione io, e i risultati della mia attività saranno sempre buoni”; “o con me o contro di me”; “tutto dentro lo Stato, niente fuori dallo Stato, niente contro lo Stato”; “lo Stato sono io, chi si oppone allo Stato è un fuorilegge””. Vedete voi, sulla base di quello che dice e che fa, dov’è più giusto collocare il nostro presidente del Consiglio.

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